L’eliminazione della fatica: l’homo recubans

La fatica e il dolore sono caratteristiche essenziali della vita umana. Basti citare soltanto il testo fondante la civiltà occidentale, la Bibbia : “[I]n dolore paries filios” ‘con dolore partorirai figli’ (Gen. 3, 16), “in sudore vultus tui vesceris pane” ‘con il sudore del tuo volto mangerai il pane’ (Gen. 3, 19).

Ora, a partire dalla seconda rivoluzione industriale l’esperienza umana è caratterizzata da una progressiva diminuzione della fatica e del dolore. Questo è un effetto dell’espansione e dello sviluppo della tecnica: “effetto”, si badi bene, e non già “scopo”, giacché, sulla scorta di Jacques Ellul (“Le Système technicien”, 1977), sono convinto che la tecnica non abbia altro scopo che la propria illimitata estensione, il realizzarsi inostacolato di tutte le sue potenzialità (“ciò che si può fare si deve fare”).

Ma se fatica e dolore sono connaturate all’umano, ne consegue che la tecnica onnipotente e onnipervasiva ha per effetto in realtà l’eliminazione dell’uomo stesso. Come ha osservato Günther Anders nel suo “L’uomo è antiquato” (“Die Antiquiertheit des Menschen”, 1956), l’uomo contemporaneo prova una “vergogna prometeica” nei riguardi dei propri prodotti – con ciò s’intendono non solo le macchine ma finanche le merci stesse realizzate in serie per mezzo di esse – talché egli invidia ai prodotti l’assenza dei limiti che la carne gl’impone.

Alienato così dalla propria natura, l’essere umano non può far altro che richiedere dosi ancor più massicce della droga che l’ha snaturato. Sicché, prigioniero di un agire ormai privo di scopo, intrappolato in un sistema tecnico che lo libera dalle pene ma rende insensata la sua vita, l’uomo non può far altro che conformarsi al paradigma che contraddistingue l’umanità contemporanea, un paradigma che si è manifestato con straordinaria chiarezza durante la cosiddetta emergenza sanitaria pandemica del 2020-2021: l’homo recubans, l’uomo sdraiato, che vive la propria vita per procura, attraverso la televisione e la Rete, e ha come solo scopo l’allontanamento di qualunque rischio non soltanto di morire ma persino di ammalarsi.

Si giunge così alla situazione presente, in cui la massa si affida a un simbolo parareligioso, come l’ormai celebre preparazione inoculata per indurre la produzione di anticorpi, il quale le promette di esimerla dalla pena della malattia. Nemmeno l’esperienza dell’essere malati e del guarire – per mezzo di cure che oggi potrebbero essere disponibili con relativa facilità – è possibile per l’homo recubans, il quale giace e giacente deve e vuole rimanere, incurante del fatto che è il sistema tecnico stesso che vuole ch’egli rimanga in tale postura, e che è il sistema stesso che ne ha decretato l’obsolescenza.

Tumulato nel suo divano, vuole ripararsi dai mali del mondo – anzi dal mondo stesso, che egli considera come intrinsecamente malvagio – per il tramite della tecnica. Il progressismo tecnico realizzerà dunque un paradiso tecnico dove l’essere umano, al modico prezzo della sua anima, potrà passare i suoi giorni libero della pena che la sua natura gli provocava. È facile qui scorgere l’atteggiamento gnostico già osservato da Eric Voegelin: l’homo recubans è un homo novus che vive in un mondo nuovo, quello edificato dalla tecnologia. 

La sua paura del dolore e della fatica è figlia dell’immanentizzazione: se si dissolve l’orizzonte trascendente, se il proprio agire mondano non è caricato di senso dalla prospettiva dell’aldilà e, specificamente, dell’eventualità del giudizio sulle proprie azioni (secondo una credenza non solo cristiana ma greca, cfr. il mito del giudizio dei morti nel Gorgia di Platone), si rinuncia a obbedire alla verità e alla giustizia. La vita si riduce così alla sua sola espressione biologica; ci si sforza soltanto di prolungare più che si può la permanenza in vita – purché essa sia “degna di essere vissuta”, in caso contrario è meglio essere inghiottiti dal nulla – non essendo più possibile credere nemmeno nella possibilità di un’esistenza ultraterrena.