Perché l'essere umano non è come una macchina?

Difendendo gli obblighi durante l'arringa, il giudice della corte suprema degli Stati Uniti Sonia Sotomayor si è espressa così: “Perché gli esseri umani non sono come le macchine, se diffondono un virus?”. Per costei la questione è semplice: le macchine rispondono a regole e imposizioni, e perché non dovrebbe essere così per l'uomo?

La vicenda ha scosso gli ascoltatori (milioni di persone hanno sentito questi argomenti per la prima volta). Ma come si fa a pensare queste cose? Gli esseri umani contengono patogeni, decine di migliaia di miliardi di patogeni. C'infettiamo l'un l'altro, e il nostro sistema immunitario si adatta secondo le propria evoluzione. Ma abbiamo anche dei diritti. E delle libertà. Che ci hanno garantito di vivere più a lungo e meglio.

La dichiarazione dei diritti non riguarda le macchine. Le macchine non rispettano la costituzione. Le macchine non hanno il libero arbitrio. Le macchine sono cose alimentate da fonti esterne, programmate da esseri umani; si comportano nel modo in cui sono state progettate. Se una macchina non fa ciò che ci si aspetta che faccia, è rotta e quindi si ripara o si sostituisce.

Tutte cose ovvie e innegabili, ed è proprio per questo che ci si meraviglia quando qualcuno le mette in dubbio, soprattutto se è un giudice che ha in mano il destino della libertà umana. È sbalorditivo che costei non riesca a capire la differenza tra l'esperienza umana e un aggeggio meccanico.

Tuttavia, quel che ha detto non esce dal nulla. Non è un'affermazione estemporanea. L'idea che le persone dovrebbero essere amministrate come se fossero macchine sta alla base della pianificazione pandemica degli ultimi quindici anni. Il delirio è nato nelle menti di un gruppetto di persone che si sono ritrovate vicine al potere, e da allora si è rafforzato.

Molti grandi pensatori hanno da tempo lanciato l'allarme in merito a questa tendenza intellettuale. Vent'anni fa, Sunetra Gupta ci ha avvertiti. Ciò nonostante, i creatori di modelli e piani hanno tirato diritto: hanno continuato a costruire modelli, fantasticato di pianificazioni centralizzate, raffazzonato strategie d'attenuazione, e tramato per escludere il libero arbitrio della lista delle incognite durante una pandemia.

In altre parole, l'idea di trattare la gente come le macchine non è estrema, e non è nemmeno la stravagante invenzione di un giudice ideologizzato. Le parole della Sotomayor non sono affatto insolite, almeno non entro i confini della sua cerchia intellettuale. Ella ha fornito una buona sintesi di molti degli assunti alla base dei confinamenti e degli obblighi. È diffusa da molto tempo, ed è un'opinione sostenuta da alcuni tra gli intellettuali di punta che ha preso piede gradatamente anche tra gli epidemiologi nell'ultimo decennio e mezzo.

È tutto ben documentato. Solo che non l'avevamo sperimentato davvero fino al 2020, anno in cui costoro hanno avuto la possibilità di mettere alla prova la teoria secondo cui gli esseri umani possono essere amministrati come si fa con le macchine e quindi generare risultati migliori.

Basta dare un'occhiata al brutto libro di Michael Lewis sull'argomento, “The Premonition:  A Pandemic Story”. Nonostante i difetti, l'opera approfondisce la storia della pianificazione pandemica, nata nell'ottobre del 2005 su insistenza dell'allora presidente Bush. L'innovatore fu un uomo di nome Rajeev Venkayya, che oggi gestisce un'azienda di vaccini. Ma allora era a capo del gruppo di studio sul bioterrorismo alla Casa bianca. Bush voleva un grande piano, simile alla grande visione che portò alla guerra in Iraq. Voleva un mezzo per annientare un virus. Un'altra strategia “dominio rapido” (“shock and awe”).

“Volevamo inventare la pianificazione pandemica”, Venkayya annunciò al personale. Assunse un gruppo di programmatori informatici privi di nozioni in merito ai virus, alle pandemie, all'immunità e privi di qualunque esperienza nella gestione e nell'attenuazione delle malattie. Erano programmatori informatici e i loro programmi partivano proprio dall'assunto della Sotomayor: siamo tutti macchine da manovrare.

Tra loro c'era Robert Glass del laboratorio nazionale Sandia, che raffazzonò il concetto di distanziamento sociale con l'aiuto della figlia, che all'epoca faceva le medie. L'idea era questa: se restiamo tutti distanti l'uno dell'altro, il virus non si trasmette. E che succede al virus? Non è mai stato chiaro, ma costoro credevano che un virus senza un ospite in un modo o nell'altro sarebbe scomparso nel cielo per non tornare mai più.

Niente di tutto ciò aveva senso, se non nei loro modelli. Nel mondo della modellazione su elaboratore, tutto trova il suo senso secondo le regole stabilite dai programmatori.

Si può leggere il documento Glass nell'originale sul sito del CDC, dove è a tutt'oggi consultabile. È intitolato “Piani di distanziamento sociale mirato per l'influenza pandemica” (“Targeted Social Distancing Designs for Pandemic Influenza”). È una pianificazione centrale che elimina del tutto il libero arbitrio. Tutti sono oggetto di rilevazione in base alla probabilità di diffondere la malattia. Le scelte personali sono sostituite dai piani degli scienziati. Il modello prende in considerazione una piccola comunità, ma si applica allo stesso modo anche alla società nel suo insieme.

Il distanziamento sociale mirato per attenuare l'influenza pandemica si può progettare simulando la diffusione dell'influenza all'interno della rete di contatti sociali di una comunità locale. Dimostriamo questo piano pensato per una comunità stilizzata rappresentativa di una cittadina di piccole dimensioni degli Stati Uniti. S'identifica e s'individua subito l'importanza decisiva di bambini e adolescenti nella trasmissione dell'influenza. Riguardo a un'influenza infettiva come l'asiatica del 1957-58 (≈50% d'infetti), chiudere le scuole e tenere bambini e adolescenti a casa riduce il tasso d'attacco di >90%. Per varianti più infettive, o per una trasmissione meno concentrata sui giovani, si deve mirare agli adulti e ai luoghi di lavoro. Pensato per comunità particolari in tutto il mondo, questo piano produrrebbe una difesa locale contro una variante molto virulenta in assenza di vaccini o farmaci antivirali.

Ecco una mappa della trasmissione infettiva presente in questo determinante documento.


Aspetta, aspetta: questa è la mia comunità? Rappresenta la società?

Così funziona: hanno trasferito su di una mappa ciò che nella loro immaginazione è il percorso dell'infezione. Sostituiscono il percorso con chiusure, separazioni, limitazioni di capienza, restrizioni ai viaggi, obbligando tutti a stare a casa e rimanere “sicuri”. Vi siete mai chiesti perché se la sono presa con la scuola? Perché gliel'ha detto il modello.

E così hanno inventato la pianificazione pandemica, andando contro un secolo di esperienza sanitaria e millenni di conoscenza su come finiscono le pandemie: con l'immunità di gregge. Ma niente di tutto ciò ha importanza. Ci sono solo i modelli e ciò che, in apparenza, funziona sui loro programmi al calcolatore.

In quanto agli esseri umani, sì, in questi modelli sono considerati macchine, e niente più. Sentendo queste affermazioni ridotte a battutina assurda sulle labbra di un giudice, appaiono risibili, o terribili. Rimangono però profondamente errate. Non c'è dubbio che qualunque persona di buonsenso sa distinguere una macchina da un uomo. Come si fa a credere a una roba del genere?

Ma in un contesto diverso, la stessa visione del mondo, espressa con qualche grafico colorato, sostenuta da una presentazione in Powerpoint, arricchita di qualche variabile che cambia il funzionamento del modello secondo certi assunti, genera ciò che sembra essere un'intelligentissima computierizzazione che rivela cose altrimenti invisibili.

Accecati dalla scienza, si potrebbe dire. Molti alla Casa bianca sono in effetti accecati. E anche al CDC (“Center for Disease Control”). Speravano di applicare il sistema di controllo dei virus appena codificato all'influenza aviaria, che secondo gli esperti avrebbe ucciso la metà delle persone infette. Anche Anthony Fauci disse la stessa cosa: previde un tasso di letalità del 50 per cento.

E tuttavia molti rimasero delusi: il germe non passò mai dagli uccelli agli esseri umani. Così non potettero applicare il loro nuovo, grande piano. Ciò nonostante, la modellazione matematica crebbe nel corso di un quindici anni e fece proseliti in molti settori. Ricevette anche cospicui finanziamenti da parte della fondazione Bill & Melinda Gates. Ovviamente Gates stesso era ed è tuttora un convinto assertore dei programmi antivirus chiamati “vaccini” per contrastare gli agenti patogeni, attenuando allo stesso tempo la diffusione del virus con la segregazione.

Nel 2006, ipotizzai che la pianificazione delle malattia era la nuova frontiera del controllo statale sull'ordine sociale. “Se l'influenza si presenta”, scrissi, “il governo avrà certamente la possibilità d'imporre restrizioni ai viaggi, di chiudere scuole e aziende, di mettere in quarantena intere città, di vietare le riunioni in pubblico. È il sogno del burocrate! Che abbia conseguenze positive sulla salute è tutto da vedere”.

“È grave”, dissi, “che il governo abbia intenzione di abolire tutte le libertà fondamentali, di nazionalizzare l'economia e far subire alle imprese il controllo dell'esercito, specialmente nel nome di un germe che pare essere limitato alla popolazione aviaria. Forse dovremmo fare più attenzione”.

All'epoca, la gran parte della gente ignorò tutta la questione come se fosse un fastidioso chiacchiericcio. Era la solita conferenza stampa alla Casa bianca, il solito strambo sogno dei burocrati dal quale le nostre legge e le nostre tradizioni ci avrebbero protetto. Decisi di scrivere sull'argomento non perché credevo che ci avrebbero provato. Ero in allarme perché mi pareva folle che qualcuno ci poteva perfino pensare.

Quindici anni dopo, quel chiacchiericcio è diventato una calamità capace di minare nel profondo le libertà e le leggi degli Stati Uniti, di devastare il commercio e la salute, di distruggere un numero stragrande di vite, di mettere in dubbio finanche il futuro della nostra civiltà.

Non voltiamo la testa da un'altra parte: tutto ciò era il prodotto d'intellettuali che la pensavano proprio allo stesso modo della Sotomayor. Non siamo esseri umani dotati di diritti. Siamo macchine da manovrare. E infatti, se torniamo indietro alla conferenza stampa del 16 marzo 2020 in cui furono annunciate le chiusure, il dottor Birx pronuncio di passata questa frase:

Stavolta vogliamo che le persone stiano davvero distanti le une dalle altre, per affrontare questo virus invisibile in maniera completa, dal momento che non abbiamo né un vaccino né una cura.

In questo passo uno dei consiglieri di punta del presidente sosteneva apertamente una trasformazione sociale profonda e nuova, gestita da professionisti sanitari. Un piano completo che prevedeva la separazione, così come i pianificatori avevano sostenuto nei loro dissennati modelli informatici. 

Perché i giornalisti non hanno fatto domande? Perché la gente non ha proclamato che questo progetto insensato era disumano e molto pericoloso? Come ha fatto la gente a starsene seduta tranquilla mentre ascoltava questi sproloqui facendo finta che fosse tutto normale?

È follia, pura follia. Ma la follia può attraversare i decenni se i suoi fautori vivono all'interno di bolle intellettuali, se costoro godono di cospicui finanziamenti e soprattutto se non devono mai essere chiamati a rispondere dei risultati dei loro piani.

Questo è successo alla libertà negli Stati Uniti e in tutto il mondo: distrutta dal fanatismo radicato nell'assunto che sarebbe meglio per noi esseri umani se le classi dirigenti ci considerassero nient'altro che macchine. Su questo principio sono stati liberi di riorganizzare le nostre vite.

Le parole del giudice Sotomayor sono deliranti e pericolose. Ciò nonostante la sua convinzione è pensiero comune da almeno quindici anni tra gli intellettuali che ci hanno fatto dono dei confinamenti sanitari e dei controlli. È il loro modo di fare. In tutti questi anni era normale sentire consimili idee ai loro festini e alle loro conferenze, anzi queste stesse idee erano considerate responsabili, intelligenti e addirittura sagge.

Ora che hanno potuto realizzarli, perché non si fanno avanti a difenderne i risultati? Al contrario, se la sono data a gambe e hanno lasciato le loro sciocchezze intellettuali nelle mani del giudice della Corte suprema, in qualità di portavoce per caso e, al tempo stesso, di vittima sacrificale. Quest'affermazione contraddistinguerà tutta la sua carriera e sarà citata d'ora in avanti come prova del fatto che mai avrebbe dovuto essere nominata a quella carica.

Anzi, ciò che ha detto la Sotomayor in merito a macchine e uomini non è soltanto indice d'ignoranza ma anche la realizzazione dei deliri espressi per la gran parte del secolo da innumerevoli intellettuali in tutto il mondo. Dicendo ciò che ha detto ha sintetizzato un gran numero di documenti e presentazioni, con una banalissima battuta, rivelando in tal modo la pazzia di fondo di tutta la questione.

“Pazzi investiti di autorità”, scrisse John Maynard Keynes, “che sentono le voci nell'aria, distillano la loro follia a partire dalle scartoffie raffazzonate anni prima da qualche accademico”. Talvolta questa stessa distillazione rivela ciò che per troppo tempo ci siamo sforzati d'ignorare. La Sotomayor ha rivelato la minaccia alla nostra esistenza in un modo tristemente ridicolo, ma ha riassunto anche la rovina dei nostri tempi.

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Traduzione di “Why the human being is not like a machine?

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